- non capisco mai se sei serio o mi stai prendendo in giro
- eh, nella vita precedente dovevo essere quel cacacazzo di bicchiere mezzopieno/mezzovuoto.
La pizzeria cinese fuori casa si chiama “da Chao”. Quando entro, saluto sempre il proprietario in modo che non distingua bene quello che dico. Delle volte potrei infatti dire “Chao, ciao!”, delle altre invece “ciao Chao!”. Ma sono un mago del camuffamento vocale e lui non capisce. Poi, se mi sento proprio simpa, tiro fuori il favoloso “ciao ciao, Chao!”.
E si ride signora, si ride un sacco, che la noia è una brutta bestia.
invece, il bello delle persone felici, è che non hanno paura di andare in giro con sorrisi così grandi da riuscire ad essere visti da lontano, così ci metti un attimo a cambiare strada per evitare di averci a che fare.
Il bello dell’andare a correre è che, una volta tornato a casa, puoi stenderti sul divano, accendere la tv, guardare una serie di pubblicità di gelati e prendere appunti su come sputtanare meglio lo sforzo fatto con la spesa di domani.
mai sottovalutare l’idiozia che è capace di diffondere la maglietta di spongebob.
Il reparto di oculistica è al settimo piano, una cosa come 25 secondi d’ascensore se nessuno si intromette. La mi conoscono tutti oramai, le infermiere mi chiamano per nome, i dottori mi fanno passare davanti agli anziani e, se nessuno vede (cosa piuttosto facile ad oculistica), mi passano pure i colliri sottobanco.
Al quinto piano, medesimo edificio, si trova ginecologia. Una gioia, ho pensato quando l’ho scoperto.
La realtà è che il 95% delle volte quando si aprono le porte, entrano vecchie signore imputridite dall’età, barelle cariche di odori stagnanti e ogni cosa capace di farti passare il minimo interesse nei confronti dell’organo riproduttivo avversario.
È logico, mi dico, siamo in un ospedale, cazzo ti aspetti, un carico di ventenni/trentenni che vanno li per farsi la ceretta?
Oggi entro, disilluso come al solito, sguardo fisso sullo specchio, suona la campanella, sosta al quinto piano.
Entra una ragazza mulatta, entrano due seni pieni e radiosi, scollati fino a terra, profumo di rose, labbra lucide inumidite da una lingua esploratrice, pantaloncini corti aderenti quel che basta per capire che tipo di mutande indossa, piedi scoperti e unghie curate, un leggerissimo rigonfiamento zona basso ventre.
È incinta e non è difficile da immaginare. Divampa sesso e desiderio di riproduzione ovunque, persino le piante nei corridoi la vogliono, lasciano cadere foglie come biglietti da visita sperando di rivederla per una fotosintesi.
È accompagnata, lui non avrà più di 22 anni, scuro solo come una seconda generazione di immigrati sa diventare. Vestito largo, rap per non essere preso sul serio da nessuno. Ma ha un bel volto, serio, troppo serio, orecchino che cerca di sminuire tutto ma non ci riesce.
Non alza lo sguardo, è entrato con la divinità del sesso e non la guarda nemmeno, la teme.
Non dicono una parola, i pochi secondi in ascensore sembrano minuti, lei armeggia dietro ad un cellulare rosa, lui guarda i numeri illuminarsi e scomparire. Io, beh, io sfrutto il riflesso nello specchio, due seni così non si sono mai visti.
Arriviamo a piano terra, le porte si aprono e ci buttiamo sul lungo corridoio che precede l’uscita.
In genere distanzio tutti con il mio passo, ma loro sono giovani, non sono i classici vecchi in sedia a rotelle. Lui parte, uno sprint che puzza di fuga. Io lo seguo. Lei ci rincorre come può, dentro quei sandali ornati con pietre azzurre.
Siamo a metà corridoio quando, alla sinistra, si spalanca la porta del bagno comune. Esce un bambino alto quanto un cocomero che scappa dalla madre, è senza pantaloni, urla come un pazzo. Biondo come solo i sogni di Hitler potevano essere.
Urla ancora di più, ci taglia la strada, la madre inciampa ma poi si riprende, noi ci fermiamo a guardare questo diavolo giallo fare tanto di quel casino che l’ospedale prende vita di nuovo.
Questa sosta inaspettata permette a lei di raggiungere lui. Arriva da dietro e gli afferra il braccio, lo tira a se, gli scopre il collo con i denti, preme quelle due grosse labbra contro la sua pelle, si sposta verso l’orecchio, lo morde, gli sussurra: “almeno mio figlio non sarà biondo.”
Lui piega la testa, le prende la mano, le offre il capo e tutto il resto.
In pratica ho appena assistito alla decapitazione del maschio da parte della mantide femmina. Una fottuta mantide femmina, la regina di tutte le cazzo di mantidi del pianeta.
Escono dalla porta principale per iniziare la loro nuova vita insieme, lui lascia dietro tutti i suoi dubbi, lei una scia di erezioni incompiute che dovranno essere sfogate prima di implodere.
Quando vado ad oculistica e mi mettono le gocce tendo a non vedere un cazzo, allora viaggio con l’immaginazione. Si nota, eh?
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ah già, che è estate e basta che il sole si faccia vivo un secondo per farti materializzare in mano una tazza di gelato/banana/sciroppo al cioccolato. è colpa sua, non mia.
una cosa non perdonerò mai ai porno. non tanto l’avermi fatto credere di poter trovare ovunque donne felici di fare cose zozze e impossibili, quanto l’avermi fatto abituare che le parti noiose prima dell’accoppiamento possono essere saltate spostando in avanti la pallina del player.
Quando non ti perdi più, quando niente ti distrae, quando riesci a mantenere alta la capacità di concentrarti. È li che dimostri di essere diventato grande ed è li che io toh guarda un’altra nuvola a forma di nachos! Incredibile! Sarà la decima da stamattina!