come quando da piccolo i miei genitori mi chiesero se volevo un mago alla mia festa di compleanno e io dissi no voglio un ninja e loro dissero ok e alla festa non si vide nessuno era davvero un ninja bravissimo.

Il lavoro perfetto non esiste, tocca inventarselo.

- Zoo di Vienna buongiorno, posso esserle utile?
- Sì pronto salve, chiamo per quel lavoro da…
- Ancora lei? Le abbiamo detto di non chiamare mai più!
- Ma io sarei perfetto per fare…
- Come glielo devo dire che non esiste nessuna figura professionale da “Coccolatore di pancini rosa dei cucciolotti piccolini”, deve smetterla o passeremo per vie legali!
- LEI NON FERMERÀ I MIEI SOGNI!!!

la vita è troppo breve per aspettare che sia anche pronto il caffè.

che strana giornata quella odierna, stanno tutti indaffarati dietro al pc che neanche si possono alzare però la produttività è ai minimi storici e nessuno conclude nulla, chissà cosa è successo, che abbiano fatto uscire un aggiornamento per il solitario? finalmente nuovi design per i mazzi di carte!

L’abito non fa il monaco, di baviera, ché tanto sto a Vienna.

Ieri chiama il capo dicendo che oggi sarei dovuto venire vestito male in ufficio, perché dobbiamo spostare un sacco di roba e probabilmente ci si sporcherà molto. Questa sua richiesta mi ha lasciato interdetto. I miei jeans in genere hanno più buchi che tasche, le magliette appartengono alla sezione economica di concerti di band orribili, le scarpe sono così consumate che sembrano sandali e possiedo una sola camicia, ancora macchiata dal sugo della prima comunione. Così oggi mi sono presentato vestito come ogni altro giorno.
Il capo mi guarda e dice: “Bravo! Hai fatto bene a vestirti così male!”.
Io non ho capito se era una affermazione intrisa di ironia o meno. Poi mi è venuto in mente che il mio capo è austriaco, a priori è privo di due cose: gusto nel vestire e ironia.
Così gli ho sorriso, appoggiato una mano sulla spalla e detto: “Grazie capo! Anche lei oggi è proprio vestito di merda!”.
Non ha capito. L’ho detto in italiano.
Faccia come il culo sì, ma un lavoro fa comodo di questi tempi.

ogni tanto, per capire la pochezza dei nostri problemi, bisognerebbe guardarli da un punto di vista esterno, ad esempio provando ad uscire dal letto o dalla stanza dove ci si consuma o ancora meglio, uscendo di casa, dal palazzo, allontanandosi sempre di più, portando il continuo lamentarsi fuori dalla portata delle orecchie di chi non vuole ascoltare, il massimo proprio sarebbe salire su una navicella spaziale, lasciare la terra, vedere quanto piccoli siamo rispetto all’immenso universo ed ecco che tutto si ridimensiona, ma vi lascio il mio posto eh, salite pure, tutti quanti, nello spazio nessuno può sentire mentre vi lamentate, io me ne resto quaggiù a godermi un pianeta vuoto, specie la mattina prima del caffé.

Sì, sto leggendo La Storia Infinita.

A quanto pare il mio nuovo medico di base qua a Vienna si chiama Gernot. L’ho scelto perché è il più vicino a casa, non per il nome. Che cazzo, avessi potuto sceglierlo per il nome avrei cercato uno che si chiama Atreyu. Se sto male che figura ci faccio nel dire: “Salvami o potente Gernot! Questo raffreddore mi sta uccidendo!”. Non si può sentire. Invece ha tutto un altro suono: “Temerario Atreyu! Possiedi forse tu un unguento per questa fastidiosa irritazione cutanea?”. Ecco questo funziona. Ci sarà un medico in giro per il mondo che si chiama Atreyu e sicuro la sua lista di attesa è lunghissima.

odiare qualcuno è una delle cose più stupide da fare perché perdi solo un sacco di tempo ed energie che potresti invece investire nella ricerca di un killer professionista e conveniente che elimini il pezzo di merda.

La fine del mangiatore di spade.

Oramai era diventato sempre il solito ripetersi. Il nano in frac lo annunciava, pettinando i lunghi baffi neri, il pubblico si azzittiva, le tende di velluto porpora pesante si aprivano rilevando la sua figura, l’occhio di bue si accendeva ad illuminarlo, allungando la sua ombra per alcuni metri lontano dal centro del tendone. Con passo sicuro si avvicinava al tavolo, sopra di esso vi erano coricate tutte le sue spade. Ogni spada aveva un nome di donna che in passato aveva amato.
Ingoiava la prima, la più corta, e il pubblico esultava. Chiudeva gli occhi e ricordava quel primo bacio sulla panchina.
Ingoiava la seconda, quella dorata, e il pubblico lo acclamava. Il freddo della lama era il medesimo emesso quella notte da lei, quando lo aveva lasciato per scappare con un altro circo.
Ingoiava la terza, quella con gli uncini alla fine, e una signora tra la folla soffocava un urlo di paura. Era la più pericolosa ma allo stesso tempo, come lei era diventata indifferente a lui, lui era diventato immune a lei e ancora oggi ogni volta che la guardava, si ricordava di dimenticarla.
Ingoiava la quarta, la più lunga e sottile, e il pubblico sospendeva il fiato durante tutto il tragitto dell’acciaio giù per l’esofago. Ogni centimetro lui riviveva i suoi capelli, le sue labbra, le loro promesse. Ogni centimetro era una lacrima che la gente percepiva come prova di resistenza quando invece era spurgare il cervello dai ricordi. Poi, con un inchino, concludeva lo spettacolo.
Ma quella sera fu diverso.
Una volta estratta la quarta spada vide poggiata sul tavolo una quinta mai vista. La gente lo notò e cessò di applaudire, c’era ancora qualcosa da vedere.
Chiese spiegazioni al nano in frac che alzò le spalle allontanando ogni sospetto. Si rivolse al pubblico e la vide. Fu come se l’occhio di bue smettesse di inquadrare lui e si concentrasse solo su di lei, splendente, in mezzo a centinaia di volti sconosciuti. C’era il suo nome su quella lama, lo sapeva, ma non pensava sarebbe finita così tra di loro.
Afferrò l’impugnatura e ne soppesò la fattura. Era esattamente come lei. Perfettamente squilibrata, brutalmente affilata, consapevolmente letale e vendicativa. La appoggiò sulla lingua, facendo un ultimo profondo inchino, come a congedarsi per sempre dalla sua routine. Incrociò il suo sguardo, chiedendole perdono. Lei acconsentì.
La fece scorrere lentamente e più scorreva più tagliava, più il suo stomaco si riempiva di sangue, più la sicurezza veniva meno. Più si sentiva venire meno, più si perdeva, più tornava vivo.
Il nano in frac fu il primo a capire cosa stava succedendo. Era suo compito fermare lo spettacolo in caso di pericolo ma quella sera non aveva capito per tempo. Potrai amare le lame quanto vuoi ma ciò non le renderà meno mortali. Non ha senso non concedersi al presente se ogni sera immoli la tua esistenza a rivivere il passato.
Il pubblico si allontanò piangendo terrorizzato, lei scese verso il centro del tendone da circo, spostò il nano e baciò un’ultima volta colui che con tanto affetto l’aveva data per innocua e scontata.

per far colpo in genere utilizzo l’intelligenza che mi contraddistingue e ieri c’era questa ragazza nuova mai vista così le ho esposto una mia interessante teoria secondo la quale sarebbe bellissimo se le vagine fossero come dei portali dimensionali e che ci fosse una realtà parallela collegata alla nostra dove ad un certo punto, mentre in questa la gente fa sesso, nell’altra le donne si trovino ad avere improvvisi fenomeni di fuoriuscita casuale di un pene, cioè una va in giro e toh, oh no! ecco che sbuca di nuovo! avanti e indietro, avanti e indietro! ma ti capita spesso? eh a me non tanto ma ho una amica a cui succede almeno dieci volte al giorno! ovviamente la ragazza dopo avermi ascoltato ha detto che doveva andare un attimo in bagno e non è più tornata.